Stato di bisogno e dignità professionale

professionistadisoccupato2(di Salvatore Primiceri) – Ci sono tanti motivi per cui una persona può trovarsi in uno “stato di bisogno”. La crisi economica degli ultimi anni, tuttora insistente, ha messo in evidenza come le difficoltà possano coinvolgere diversi profili di persone, di qualsiasi estrazione sociale e con vari livelli di formazione.

Tra queste c’é una categoria di giovani e meno giovani, uniti da alcune caratteristiche che, fino a qualche anno fa, rappresentavano delle garanzie per l’accesso al mondo del lavoro: l’istruzione universitaria, la competenza nel proprio settore specialistico, la capacità professionale e la creatività personale.
Anche chi possiede queste doti, su cui ha investito tempo e denaro, oggi può trovarsi, per vari motivi, in uno stato di bisogno.
Cosa accade quindi?
Il soggetto bisognoso per prima cosa cerca lavoro. Propone il suo ottimo curriculum a tante realtà professionali nella speranza di trovare un’opportunità che risolva in primis l’esigenza economica e, purtroppo, solo in secondo luogo, la gratificazione personale.
Chi offre lavoro, oggi questo lo sa bene. Per questo il soggetto bisognoso deve prestare attenzione a chi gli offre “la soluzione” ed é anche per questo che oggi si trovano sempre meno posti di lavoro “sicuri” lasciando spazio a pseudo contratti di collaborazione generica.
Esistono, infatti, nella realtà della crisi, tante persone che offrono lavoro ma poche di queste sono realmente in grado di preservare anche la dignità al lavoratore professionista.
Il più delle volte ci si trova di fronte a soggetti che sfruttano lo stato di bisogno. Per capirci meglio, partiamo da una distinzione.
Esistono tre tipi fondamentali di persone che offrono delle opportunità professionali:
– Il soggetto in crisi che ha bisogno di persone competenti nell’immediato e che promette soddisfazioni future senza avere certezze.
– Il soggetto economicamente solido che, però, approfitta dello stato di bisogno della persona sottopagandola o aggravando il normale carico lavorativo.
– Il soggetto solido e onesto che gratifica in pieno il lavoratore pagandolo il giusto e rispettando la sua dignità professionale.

Il filo conduttore dei tre profili é che é difficile distinguerli nell’immediato. Spesse volte, pur di lavorare, il soggetto in “stato di bisogno” si fida al primo colloquio e presta volentieri la sua collaborazione e le sue competenze, sicuro di ricevere in cambio qualcosa, per poi accorgersi dopo un po’ di tempo, dopo aver speso tempo e denaro, di essere salito a bordo di una “scatola vuota”.

Il primo caso é grave ma non é il più grave. Infatti, dietro ad una scarsa trasparenza di chi offre collaborazioni di questo tipo, può nascondersi a sua volta un’esigenza di uscire da un medesimo stato di bisogno. E’ l’esempio di un’azienda in crisi che tenta il tutto per tutto di risollevarsi andando a cercare profili di persone competenti, in cerca di lavoro, che siano però nelle condizioni “di accettare di tutto pur di lavorare”. Non dovrebbe succedere ma succede. La paura di dire al professionista che la sua soddisfazione economico personale dipende “da come andrà” prevale e spesso finisce con l’essere mal espressa o censurata dagli accordi iniziali, creando poi l’insorgere, nel tempo, di incomprensioni o veri conflitti.

Tolto il terzo caso che rappresenta il rapporto di lavoro perfetto, il caso più grave é il secondo.
Qui siamo di fronte a chi può dare e non dà, facendo finta di essere anch’egli vittima della crisi. Egli sfrutta la bravura di chi ha bisogno per apprendere, crescere, guadagnare, ma senza restituire in pieno e soprattutto svilendo la dignità di chi si fa in quattro per guadagnare uno.
Il più delle volte questi rapporti si concludono quando il “datore di lavoro” apprende ciò che gli serve per poi “portare avanti la baracca da solo” o “assumendo” altri profili bisognosi ma ricchi di competenze utili per far crescere la sua attività. Una sorta di sfruttamento intellettuale in piena regola.

La crisi economica e del lavoro pone quindi numerose questioni etiche anche nell’ambiente professionale, considerato fino ad alcuni anni fa un ambiente di alto livello lavorativo; bisogna recuperare il buon senso di non approfittare di chi é in “stato di bisogno”. La dignità umana non é contrattabile e l’umiliazione professionale non é accettabile in un mondo giusto. Partiamo da questo.
Buon senso a tutti.

Salvatore Primiceri

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