Montaigne e la personalità del mediatore

montaigne(di Salvatore Primiceri) – Michel de Montaigne era un filosofo francese vissuto in epoca rinascimentale tra il 1533 e il 1592. Egli era anche un magistrato e un mediatore, nonché uomo impegnato politicamente. La sua opera più celebre è quella dei “Saggi” dove lo scopo della narrazione è porre l’essere umano al centro di un’analisi libera da pregiudizi. Per fare questo, Montaigne parla di sé stesso mettendosi, come lui stesso afferma, a nudo davanti al lettore. Ironico, scettico, a tratti divertente, Montaigne scrive di sé con assoluta libertà, spesso, volutamente o no, sottovalutandosi. E’ considerato uno scettico perché rifiutava le dottrine rigide, gli schemi imposti, le certezze del senso comune. Era un seguage di Pirrone, filosofo greco sostenitore della “sospensione del giudizio” ed amava trovare nei filosofi antichi l’ispirazione per il suo pensiero. Tra questi gli immancabili Socrate, Platone e anche Plutarco.

Montaigne, ha svolto compiti molto delicati a livello politico dimostrando un forte impegno nella società dell’epoca. Si trovò, ad esempio, a mediare tra Enrico III e Enrico di Navarra (divenuto poi Re Enrico IV). Era la guerra di religione fra cattolici e protestanti. Di questa esperienza Montaigne racconta nei Saggi[1]: “Nelle poche occasioni in cui ho dovuto mediare tra i nostri principi in quelle divisioni e suddivisioni che oggi ci lacerano, ho sempre accuratamente evitato che si sbagliassero sul mio conto e che fossero tratti in inganno dalle mie parvenze esteriori. Le persone del mestiere rimangono quanto più possono coperte, si fingono e si presentano come le più moderate e concilianti che vi siano. Io, invece, mi espongo con le mie opinioni più genuine e il contegno che più mi appartiene. Negoziatore molle e inesperto, preferisco venir meno allo scopo della mia missione anziché a me stesso. Ma in questo, sinora, ho goduto di una tale buona sorte (giacché senz’altro la fortuna vi ha il ruolo principale) che pochi sono riusciti a destreggiarsi fra i vari partiti con minor sospetto e maggior successo e familiarità. Ho modi aperti, che mi permettono di entrare facilmente in relazione e di ispirare fiducia sin dai primi contatti. La schiettezza e la pura verità saranno sempre, in qualsiasi epoca, apprezzate e considerate opportune”.

Montaigne in questo passaggio offre numerosi spunti di riflessione a chi si trova nella posizione di dover mediare. Come al solito, innanzitutto, tende a minimizzare i suoi successi dando merito alla buona sorte e alla fortuna. Egli si ritiene addirittura un negoziatore molle e inesperto. Non solo. Ammette di non riuscire a trattenere opinioni e, a premessa di tutto, puntualizza anche il ruolo che gioca il fisico preoccupandosi che le parti non si facciano impressioni sbagliate dal suo aspetto esteriore.

Fermando la riflessione un attimo a questi passaggi sembrerebbe che Montaigne sia un mediatore per caso, non adatto al ruolo. Egli esprime giudizi, non si ritiene esteticamente rassicurante e, come se non bastasse, non sarebbe in grado di adottare al meglio tecniche efficaci di negoziazione. Eppure il suo ruolo non solo viene apprezzato ma riscuote successo.

La chiave di tutto questo è la personalità. E’ lui stesso ad ammetterlo, tra l’autocritica e un pizzico di umiltà, poche righe dopo quando parla dei suoi modi aperti, empatici, gentili. Egli riesce ad attivare la cosiddetta “relazione efficace” con le parti, assumere un atteggiamento dialogico. Tutto questo imprime alle parti la componente principale di una mediazione, ovvero la fiducia verso il mediatore. Si tratta della rassicurazione di aver affidato il proprio conflitto nelle mani giuste, indipendentemente dal risultato.

In una situazione così delicata personalità e fiducia sono componenti essenziali che incidono per una significativa percentuale sull’andamento e sull’eventuale riuscita della mediazione.

Montaigne evidenzia di sé anche un altro elemento comportamentale e riguarda la sincerità. Oggi diremmo, a memoria, come tutte le cose che ci vengono insegnate e che assumiamo come verità, che il mediatore non deve far trapelare nulla di ciò che pensa, mantenere la massima imparzialità e distacco nel giudizio dalle parti. Le scienze odierne spiegano come persino la mimica facciale e altri elementi non verbali, istintivi o meno, debbano essere tenuti a freno dal mediatore.

Ma la sincerità di cui parla Montaigne gioca nel campo della personalità e non del giudizio, contribuendo al risultato della fiducia.

Bisogna infatti tenere contro del contesto storico e delle modalità di svolgimento della mediazione di cui parla il filosofo francese. Siamo nel bel mezzo di una guerra di religione e Montaigne assume le vesti di un diplomatico in missione di pace. Egli parla di “opinioni genuine” accompagnate da “contegno”. Il fine è quello di evitare di indossare una maschera, di apparire freddo e falso (usa il termine “coperto”) e, di conseguenza, inaffidabile per le parti.

Montaigne era un filosofo che dava molta importanza all’essere umano, con tutti i pregi e difetti. L’analisi dell’uomo lo portava a cercare una mediazione continua tra il corpo e la mente. Per il filosofo la rappresentazione comune che la società offriva delle persone (soprattutto quelle celebri) trascurava l’opportunità di descrivere e analizzare più apertamente anche la fisicità di cui non bisogna vergognarsi (“Anche sul più alto trono del mondo, non siamo seduti che sul nostro culo[2], affermava con la solita ironia tagliente). Non a caso, il “mettersi a nudo” come fece con i Saggi, sarebbe risultato più facile se la società fosse rimasta culturalmente primitiva, ovvero in uno stadio privo di preconcetti. Sarà stata questa spiccata capacità di comprendere l’essere umano e la società che forniva a Montaigne quella serenità e personalità necessarie per rendersi apprezzato e stimato dagli altri.

In conclusione. Montaigne amava l’Italia. Ci veniva spesso e la raccontava con entusiasmo nelle sue opere. Chissà quali consigli avrebbe potuto fornire oggi ad un Paese che fatica a diffondere la cultura della mediazione preferendo la litigiosità a tutti i livelli. Per i mediatori, sebbene lui non la pensi così, sarebbe certamente un buon maestro.

Salvatore Primiceri


[1] Traduzione estratta dal libro “Un’estate con Montaigne” di Antoine Compagnon, Adelphi 2014.

[2] Traduzione estratta da “Le consolazioni della filosofia” di Alain De Botton, Guanda Editore 2000.

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