Intervista a Salvatore Primiceri: “Come costruire una Giustizia del Buon Senso”

Ciao Salvatore, inizio questa intervista con il chiederti la tua storia professionale e cioè come sei arrivato fin qui…

Ciao Patrizia, sono laureato in Giurisprudenza e svolgo principalmente un’attività nel campo della comunicazione ed editoria professionale. Per questo motivo mi sono specializzato in materie giuridiche “creative” quali la proprietà intellettuale e il diritto delle nuove tecnologie. Allo stesso tempo mi dedico molto alle questioni riguardanti la giustizia e allo sviluppo dei sistemi ADR, ovvero i metodi di risoluzione delle controversie in via stragiudiziale, uno su tutti la mediazione. La forza del dialogo e del rispetto reciproco tra le parti sono elementi fondamentali per risolvere la conflittualità. In un processo questo non avviene. Il processo esaspera il conflitto e decide un vincitore. I rapporti umani, già deteriorati, vengono del tutto persi. Con l’incontro nella procedura di mediazione la logica è completamente differente e persino il diritto in senso stretto non è più fondamentale perché prevale la volontà e l’accordo tra le parti. La mediazione è uno di quei sistemi giuridici che inducono le parti a ricercare l’uso del buon senso, della ragionevolezza, del rispetto. Credo inoltre che la funzione principale del diritto sia quella di educare e non punire e su questo sono concorde con Gherardo Colombo quando scrive sull’inutilità del carcere e delle pene come mere punizioni. Bisogna creare una società più giusta e questo può succedere in vari modi.

E’ chiara la tua passione per un diritto “vero” che aiuti i cittadini a comporre le controversie e ridurre il contenzioso, da dove si dovrebbe partire secondo te?

Ad esempio è fondamentale ripartire dalla scuola. Il diritto è una materia affetta da un luogo comune.  In molti pensano che sia un insieme di regole da studiare a memoria senza anima e ratio. Da questo “vizio” nasce l’errata convinzione che le regole vadano applicate in modo rigido, matematico. Allora per creare un modello di società più giusta dovremmo innanzitutto far studiare il diritto in tutte le scuole. È vergognoso che il Liceo Scientifico, ad esempio, non lo preveda. Partendo dalla scuola bisogna far capire ai giovani che il diritto è il contrario dell’ingegneria e della matematica dove due più due fa sempre quattro. In diritto no e questo è un bene in quanto gli attori delle regole non sono numeri ma sono gli uomini, i cittadini, persone diverse e rispettabili fra loro per anima, storia, cultura e vissuti. La creazione delle norme e la delicatezza nella loro applicazione deve partire dalla finalità che prima ancora di risolvere il caso specifico deve porsi la domanda di ciò che è bene e giusto come effetto sull’uomo e sulla sua dignità.  Il conflitto nasce spesso dalla mancata comprensione della ratio e dall’ingiustizia percepita della stessa norma. Nella vita quotidiana, quindi, bisogna imparare ad ascoltare, ragionare, valutare senza affrettarsi ad emettere giudizi. Questo esercizio risulterà a tutti più facile studiando diritto a scuola perché è da giovani che bisogna imparare a vivere nel bene e adoperarsi per il bene della società.

Sai Salvatore, mi fai venire in mente che  la diffusione del diritto potrebbe contribuire  a far conoscere da vicino il concetto della diligenza del buon padre di famiglia, che non tutti conoscono,  che ne pensi?

Io sono fra quelli che ritengono che sopra ogni regola ce ne sia una che solo noi uomini possediamo. Il “buon senso” è il primo step, è quella straordinaria capacità innata di saper valutare il giusto e applicare qualcosa che porti al buon risultato. Il buon senso è definito dal vocabolario come la capacità naturale dell’individuo di valutare e distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, e di comportarsi in modo giusto, saggio. Proviamo per un attimo a interrogarci su quante volte abbiamo ascoltato nei telegiornali, a commento di una notizia di cronaca giudiziaria, la frase del tipo: “È stata applicata rigidamente la legge ma forse è mancato un po’ di buon senso”. Oppure quante volte un’analoga frase viene espressa in riferimento all’applicazione di un regolamento interno ad un’azienda o di un provvedimento disciplinare, etc. In questa espressione è facile cogliere un “tilt”, un qualcosa che non ha funzionato o non ha soddisfatto pienamente le parti e l’opinione pubblica nell’applicazione di una legge o di un regolamento. La soluzione non sembra, quindi, giusta, in quanto priva di buon senso.

La capacità di decidere il giusto é, quindi, ben diversa dalla regola matematica detta prima in quanto nell’esempio fatto, pur applicando la regola, il risultato non appare corretto.

Per una “giustizia giusta” occorre quindi ripartire dagli uomini in quanto esseri razionali. L’esercizio e il recupero di valori comuni e innati, universalmente riconosciuti, sono la base per saper applicare il buon senso nelle situazioni in cui ci si trova protagonisti.

Partire dagli uomini e quindi allargare  gli orizzonti del diritto integrandolo con altre competenze,  più vicine alla persona e alle sue debolezze.  E’ come se intendessi che il diritto deve avvicinarsi agli uomini e non viceversa?

Oggi il diritto moderno non può prescindere dal relazionarsi con altre scienze. In primis la psicologia e poi la sociologia, la comunicazione, la filosofia, l’economia. A tutto questo bisogna aggiungere una forte dose di cultura. Più efficiente sarà il rapporto fra queste aree del sapere, maggiormente efficace sarà il risultato di una società più giusta nel lavoro, nell’impresa, nei rapporti umani. Prevenire l’insorgere delle conflittualità è un dovere e l’uomo ne ha tutte le capacità. I protagonisti della giustizia del buon senso non sono quindi solo gli operatori del diritto in senso stretto ma prima di tutto i singoli uomini nel loro agire quotidiano e la capacità di rendere dialoganti e reciprocamente applicabili le sfere della conoscenza sopra citate.

 (Intervista di Patrizia Bonaca)

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