Il “buon senso” come valore trans-soggettivo

Quando mi trovo a parlare di “buon senso” in pubblico, una delle obiezioni più diffuse é la domanda “Buon senso di chi?”. Tale questione presuppone la convinzione che il buon senso sia un elemento di valutazione soggettivo, quindi variabile da persona a persona.

Si tratta di un tragico equivoco. Il “buon senso”, infatti, ha caratteristiche molto più oggettive che soggettive in quanto comuni ad una maggioranza di uomini e donne, di diversa estrazione e cultura.
Il concetto di “buon senso” non va però confuso con quello di senso comune.
Per capirci meglio utilizzo una definizione di Raymond Boudon, presente nel testo “Il Relativismo” (Il Mulino, 2008).
Secondo il sociologo francese “un’asserzione é fondata sul buon senso se la si può far derivare da un sistema di ragioni sufficientemente convincenti da imporsi, e più convincenti dei sistemi di ragioni proposti a difesa di asserzioni divergenti”.
Boudon spiega poi che il senso comune é invece “l’effetto combinato del buon senso di tutti, confermato dall’uso”.
Il buon senso é uno strumento che si accosta molto più facilmente alla democrazia e in una società democratica ne trova uso comune. Si tratta, evidentemente, di un elemento di valutazione che trova forza nell’ampio consenso.
Un esempio di valutazione ispirata dal buon senso é quella che ci riporta Adam Smith. Egli si domanda perché i cittadini inglesi siano d’accordo sul fatto che i minatori debbano essere pagati più dei soldati.
La risposta é molto semplice: la maggioranza dei cittadini inglesi non sono né minatori né soldati e quindi si trovano ad esprimere un punto di vista oggettivo, in una posizione che Boudon chiama dello “spettatore imparziale”, ovvero colui che fa discendere i suoi ragionamenti e valutazioni dal buon senso.
Tali valutazioni vengono considerate talmente valide da essere ampiamente condivise.
Nel caso specifico lo spettatore imparziale giudica i due “mestieri” piuttosto simili sotto i profili della pericolosità, fatica, difficoltà. Ma la discriminante che rende convincente l’asserzione che il minatore debba guadagnare più del soldato sta nella gratificazione. Il soldato rischia sì la vita come il minatore ma può guadagnarsi, oltre al denaro, gli onori del pubblico attraverso la gloria, le medaglie e le ricompense per aver difeso o lottato per la patria. Il minatore invece non svolge un ruolo pubblico ma un’attività finalizzata alla produzione di un bene materiale. La sua eventuale morte é un incidente e non un sacrificio come nel caso del soldato. Il minatore deve quindi essere ricompensato con maggior denaro perché non potrà accedere ad alcun premio o riconoscimento pubblico.
Le ragioni di “buon senso” che inducono i cittadini inglesi a pensare in questo modo sono trans-soggettive, valide e accettate comunemente.
Il buon senso é quindi un sentimento combinato con princìpi e dati di fatto, avente una forza straordinariamente oggettiva.
Ciò che é ritenuto di buon senso dalla maggioranza non é però detto che venga comunemente applicato attraverso le regole della stessa comunità (es. siamo sicuri che un soldato viene pagato meno di un minatore?), ma questo é un altro aspetto che approfondiremo la prossima volta. Buon senso a tutti!

Salvatore Primiceri

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