Felicità, mediazione e buonsenso nell’etica di Aristotele

aristotele(di Salvatore Primiceri) – Quante volte oggi sentiamo parlare di “felicità”? E’ una parola che trova nel difficile momento storico che stiamo vivendo tutta la sua forza per riemergere nel nostro vocabolario quotidiano. Il mondo così conflittuale, la crisi economica e le ingiustizie a cui assistiamo ogni giorno non fanno altro che inasprire gli animi, rendere difficili ancora di più i rapporti tra le persone, generare incomunicabilità. Tutte cose innaturali in quanto l’uomo è un “animale sociale” e non anti-sociale.

Ha bisogno di stare con gli altri e di arricchirsi umanamente con gli altri e per gli altri. Ecco quindi che tante domande sulla vita umana tornano a farsi prepotentemente quanto opportunamente spazio nelle menti di chi comprende la necessità di un cambiamento. Il bene e il male, cos’è giusto e cos’è sbagliato, come essere felici, che cos’è la felicità… Sono solo alcune delle tante questioni su cui la filosofia si interroga da millenni. Oggi più che mai il concetto di “felicità” si abbina a quello di “ricerca”, una ricerca apparentemente senza fine che a volte scoraggia soprattutto le persone oneste, coloro che credono nell’affermazione del bene come valore sociale. Eppure alcune risposte le possiamo trovare sfogliando le pagine di vecchi libri che appaiono quanto mai attuali, o per il genio di chi li ha scritti oppure più semplicemente perché i problemi dell’uomo, alla fine, sono da sempre i medesimi.

Aristotele è vissuto tra il 384 e il 322 prima di Cristo ma sulla felicità pare averci visto lungo tanto che i suoi tre trattati etici (“Etica Nicomachea”, “Etica Eudemia”, “Magna Moralia”) sono ancora oggi dei “best seller” da cui traggono ispirazione studiosi, insegnanti e professionisti in ogni settore lavorativo. A volte superficialmente frainteso, Aristotele aveva invece capito per primo che la felicità deriva da una piena comprensione di sé stessi e delle proprie qualità umane e dal modo in cui utilizziamo le nostre qualità in relazione con gli altri. Tale modo deve propendere al “sommo bene”, ovvero l’azione deve tramutarsi in un effetto giusto per sé e per gli altri. Così l’”eudaimonia” che cerca Aristotele non è solo felicità ma una totale consapevolezza di avere in noi tutti gli strumenti per agire bene ed essere buone persone. Agendo in questo modo riceveremo in cambio le sensazioni di appagamento, serenità, soddisfazione che prese insieme formano la felicità. Aristotele ci spiega come diventare persone più buone e specifica come l’azione migliore non debba prendere in considerazione solo l’atto che si compie ma anche il modo in cui si opera.

Aristotele quindi pone le basi per quella “teoria del buonsenso” a noi qui tanto cara. Agire bene, quindi, ma soprattutto capire come agire per ottenere il bene. Non si sta parlando di utilitarismo fine a sé stesso ma del sommo bene, ovvero un bene che è tale per tutti. Il bene è il fine, l’uomo non deve agire per fini diversi. Aristotele ci suggerisce un metodo all’azione e alla valutazione delle cose, ci parla di “giusto mezzo”. Ad una lettura sommaria dell’immensa opera aristotelica parrebbe che il filosofo greco suggerisca un modo per far prevalere in noi una sorta di autocontrollo che si realizza nell’equità matematica delle nostre scelte. Ma non è affatto così e sarebbe davvero ingeneroso e riduttivo far passare questo messaggio. Aristotele parla piuttosto di “medietà” (tra un eccesso e un difetto, spiegava Aristotele), la quale non è né un compromesso né qualcosa che accontenta parzialmente tutti in quanto equamente divisa e moderata. La medietà aristotelica è l’equilibrio del carattere umano, quel buon senso di capire le cose che osserviamo del mondo esterno per poi essere in grado di scegliere l’azione giusta da compiere o il giudizio da dare, o semplicemente le parole da usare in determinate circostanze. Saper scegliere attraverso la medietà significa trovare la migliore azione possibile tendente alla realizzazione del miglior bene. Se la persona ha trovato l’accettazione e consapevolezza di sé troverà più facilmente anche il giusto mezzo, ovvero lo strumento per ambire al sommo bene con le proprie scelte e azioni. La razionalità dell’uomo, quindi, per Aristotele va intesa totalmente, ovvero comprensiva anche di ciò che proviamo, dei nostri sentimenti. Infine la giustizia. Per Aristotele la giustizia non è solo “ciò che è conforme alla legge”, in quanto bisognerebbe indagare se giuste sono le cose che la legge ordina di compiere e se la legge prescrive le cose conformi a tutte le virtù. Piuttosto il filosofo greco si concentra anche qui sulla persona. La vera giustizia nasce pertanto da quanto detto prima ovvero dai comportamenti umani nelle relazioni sociali, che devono essere “secondo tutte le virtù” (“il giusto in rapporto a un altro è diverso da ciò che viene definito giusto secondo legge”, “il giusto in rapporto a un altro è l’uguale”). I valori fondanti dell’uomo giusto sono la correttezza e la rettitudine. Anche la giustizia, intesa come correttezza nei rapporti sociali, è quindi un altro ingrediente per una felicità completa. C’è in questa visione quell’elemento di completezza e “giustizia giusta” che ritroviamo nel concetto culturale di “mediazione”, anche questo elemento fondante della nostra “teoria del buonsenso”. Oggi la mediazione, è stato detto più volte, è un modo per risolvere contenziosi giuridici, conflitti o incomprensioni attraverso il quale le persone si relazionano, aiutate da un terzo imparziale, al fine di trovare la soluzione giusta, corretta, pienamente soddisfacente per tutti. La mediazione non è nient’altro quindi, adattando i concetti suggeriti da Aristotele, un’azione di ricerca della felicità, dove le persone partono da un’azione di medietà con sé stessi per poi relazionarsi al meglio con gli altri e cercare insieme “il sommo bene”. Il “mediare” è quindi la ricerca dell’accordo perfetto, dell’armonia totale. La differenza, in un mondo pieno di regole, di iniquità, ingiustizie e difficoltà, la fanno quindi le persone di buonsenso o, se preferite, “coloro che mediano”.

Salvatore Primiceri

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