Perché Socrate non aveva l’avvocato. Riflessioni su verità e giustizia

di Salvatore Primiceri – Nel 399 a.C. venne celebrato in Atene il processo contro Socrate. Esso passò alla storia come un simbolo di ingiustizia. Tale processo, infatti, venne istruito attraverso accuse pretestuose e infondate mosse da Meleto, Anito e Licone; si svolse in assenza di garanzie a favore dell’imputato e portò alla condanna a morte di un innocente, Socrate appunto.

Uno dei passaggi cruciali del processo fu il discorso autodifensivo di Socrate pronunciato dinanzi ai giudici. Anch’esso gode di fama immortale grazie alla sua “trasposizione” letteraria avvenuta ad opera di Platone (Apologia di Socrate) e al breve scritto, sempre intitolato “Apologia di Socrate“, a firma di Senofonte (quest’ultima opera viene considerata minore rispetto all’apologia platonica ma comunque fondamentale per capire in modo esaustivo il pensiero filosofico di Socrate).

Dicevamo che Socrate pronunciò un discorso di “autodifesa”. Nel processo ateniese, infatti, l’assistenza dell’avvocato non era obbligatoria e Socrate scelse di non avvalersene. Come mai? E’ pensabile che in un processo viziato in origine da malafede e celebrato con regole da giustizia sommaria e “mediatica” (ebbene sì, esisteva anche all’epoca) un imputato che sa di essere innocente preferisca tentare l’autodifesa piuttosto che affidarsi nelle competenti mani di un avvocato?

I motivi per cui Socrate decise di non avere l’avvocato non sono solo ben argomentati dai suoi discepoli ma diventano addirittura elementi di coerenza talmente saldi da rendere il pensiero socratico vivo e punto di riferimento etico ancora oggi per l’intera umanità.

Ed è proprio con lo scritto “Apologia di Socrate ai giudici” che l’allievo Senofonte prova a spiegare il perché Socrate scelse di difendersi da solo e, per giunta, attraverso un discorso a tratti orgoglioso e presuntuoso tanto da indispettire ancora di più la corte giudicante.

Nietzsche, abile nelle provocazioni, arrivò ad affermare che Socrate avesse in realtà scelto di suicidarsi. In parte è una tesi valida, ma la scelta di tale “suicidio”, Socrate non l’avrebbe presa senza un calcolo filosofico che avesse consentito alla sua esperienza terrena di essere ricordata anche ai posteri per la sua saggezza e virtù. Proprio su questo, Senofonte tenta di chiarire come Socrate avesse compreso che quello in cui si celebrava il processo era il momento giusto per morire. L’uomo sarebbe morto nel momento in cui la sua rettitudine sarebbe diventata esempio per l’intera umanità, prima che potesse venire in qualche modo scalfita anche solo dalla parziale perdita di razionalità, sempre possibile in vecchiaia. Quella di Socrate è quindi una decisione lucida in favore della collettività e delle future generazioni, per nulla utilitaristica e per questo sorprendente. Tutto ruota, dicevamo, intorno alla parola “coerenza”.

Socrate considerava gli avvocati “sofisti“, ovvero persone che fanno dell’arte oratoria la propria professione. L’abilità oratoria e retorica confligge talvolta con la verità e questo per Socrate è motivo di diffidenza. Come Protagora, che Socrate pone come esempio del suo pensiero, è abile a far passare per vero un discorso e il suo esatto contrario così gli avvocati sarebbero in grado di assumere le difese di un’argomentazione e del suo esatto contrario riuscendo a farle passare entrambe per vere a seconda se si difenda Tizio o Caio (per usare dei nomi oggi cari agli esaminatori degli aspiranti avvocati). La critica di Socrate non è da intendersi, dunque, mirata verso l’avvocato ma, più in generale, verso i “sofisti” abili nella manipolazione delle parole. Infatti, nel celebre incipit dell’Apologia platonica, Socrate si rivolge così ai suoi accusatori: “Nell’ascoltarvi mi sono dimenticato che parlavate di me, tanto eravate convincenti con i vostri discorsi, eppure non avete detto una sola parola di verità“.

Il primo motivo per cui Socrate decide di difendersi da solo è quindi per amore della verità. Socrate, ricorda Senofonte, avrebbe potuto avvalersi di una strategia difensiva organizzata, chiamare testimoni terzi (perché no, persino falsi, come del resto capita purtroppo anche oggi) e familiari, impietosire i giudici con storie della sua vita. Non lo fece. Questi metodi e argomentazioni avrebbero sporcato la verità, la sua inflessibile condotta di uomo giusto e la coerenza del suo pensiero.

Socrate, così facendo, ha in qualche modo introdotto la riflessione sui due piani della verità: quella reale e quella processuale e del rapporto che gli avvocati, oltre che i giudici, debbano avere con entrambe (in questo rapporto entrano in gioco anche le qualità morali del professionista alle quali dedicheremo un prossimo articolo). La verità processuale, anche se errata, va accettata, ma bisogna sempre battersi per la verità assoluta.

Il suo scopo principale era tuttavia quello di non venire avvantaggiato da una verità parziale o viziata da contorni retorici e persuasivi; piuttosto meglio essere condannati ingiustamente avendo detto la verità reale e totale. Sarà il tempo a restituire giustizia ad una vittima dell’ingiustizia (e così fu, vista anche la fine dei suoi accusatori negli anni seguenti).

Il secondo motivo, quindi, per cui Socrate sceglie di autodifendersi è l’amore per la giustizia, quella giusta, etica, che sta sopra l’ordinamento giuridico di una nazione. Ed è ancora una volta coerente. Egli infatti ha trascorso tutta la sua vita a interrogarsi e a interrogare i giovani nelle piazze su cosa fosse la giustizia, la verità, la virtù, la felicità. Socrate cercava definizioni di giustizia e verità universalmente valide che permettessero ai giovani di diventare uomini virtuosi e giusti, in qualsiasi professione. Lo faceva ponendo domande, praticando il dialogo, anche a rischio di risultare pesante e inopportuno (fastidio che contribuì non poco alla costruzione delle accuse contro di lui). Non tutti, del resto, amano essere stimolati ad un’indagine più approfondita della realtà, che, esercitando il dubbio, vada al di là delle apparenze e delle false evidenze e che finisca per coinvolgere sé stessi in un’analisi interiore. Il “conosci te stesso” e il “migliora te stesso” comportano impegno e spirito autocritico, esercizio che a molti fa paura. La maieutica socratica è il metodo di ricerca per eccellenza per non farsi ingannare dall’istinto, dai pregiudizi e dalle apparenze e per prevenire errori di valutazione e di condotta.

Alla luce di ciò, che cosa si potrebbe obiettare alla decisione di Socrate di non avvalersi dell’avvocato? Qualcuno farà giustamente notare che l’avvocato avrebbe potuto ripristinare alcune garanzie del giusto processo, in primis un maggiore equilibrio tra accusa e difesa in un processo già notevolmente sbilanciato in favore dell’accusa. Ma, come visto, a Socrate questo interessava meno. Alla domanda di Ermógene: “Socrate, ma perchè non pensi alla tua strategia difensiva?“, il filosofo rispose “Ma non ti sei accorto che ci ho pensato tutta la vita? Vivendo senza fare mai nulla di ingiusto. Questo ritengo sia il miglior modo di pensare ad una difesa“.

Possiamo quindi affermare che la forza del pensiero socratico risiede anche nell’atto di coraggio di Socrate di accettare e rispettare le leggi del suo tempo (seppur ingiuste), nell’andare incontro ad una condanna ingiusta e nel rifiutare, anche qui per coerenza, l’opportunità di sottrarvisi (“Meglio subire un’ingiustizia che commetterla“).

In conclusione, le domanda è d’obbligo: e se Socrate avesse avuto l’avvocato? Avrebbe vinto o avrebbe perso ugualmente, magari con una pena più leggera? Chi può dirlo? Sicuramente sarebbe stato più rispettato all’interno del processo. In entrambi gli esiti, comunque, la coerenza e la forza del suo pensiero avrebbero forse perso consistenza, e, al tempo stesso, gli avvocati onesti di ieri, oggi e domani che, nell’esercizio della professione, praticano quotidianamente il dubbio per coltivare la verità, non avrebbero potuto ringraziarlo per l’insegnamento e l’esempio offerto in onore della giustizia giusta.

Salvatore Primiceri

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